Acua: l'ambiguità del reale
Questa affermazione mi sembra calzare a pennello per le opere di Moreno Pagliari: entrando infatti nelle sequenze di petali di questa sua “Rosa passera” e nelle umide e rosse volute di questa incandescenza ci accorgiamo di essere avvolti da un’immagine ambigua della realtà in cui la rosa evoca il sesso femminile e l’interno morbido e vellutato della carne. E’ appunto questo processo di addentramento a farci comprendere come nei quadri di Pagliari i contorni scompaiano in una densificazione proliferante e cromaticamente smagliante della forma in cui questo pittore ci cala, ottenendo l’ambiguità di una visione.Una visione che dissolve i limiti dell’oggetto e li traduce in una sequenza cromatica e compositiva.
Pagliari lavora quindi all’interno del reale fino a far scaturire nel quadro un’immagine che più viene descritta più si astrae, così accade per la sequenza di “ Acquaebasta” e anche per “Avocette-te”, dove uno stormo d’uccelli riempie a tal punto il quadro da produrre un’astrazione dell’immagine o per “Gnu’z newz” dove un branco di gnu produce una visione animata di corpi e corna diventati oramai irriconoscibili per la densità descrittiva prodotta dall’ horror vacui.
Ma il suo sguardo continua con la descrizione di rami e bacche in “Rosa canina e la neve” dove l’interno di un arbusto sembra assumere la valenza di un groviglio gestuale evocante Pollock e la pittura d’azione.
Siamo nella “opera aperta” teorizzata da Umberto Eco dove l’immagine può leggersi da tutte le parti del quadro implicando una ambiguità visiva e decifratoria che fa dell’oggetto descritto un microcosmo e un frammento del tutto.
Direi che questa è la peculiarità della pittura di Pagliari e dei suoi quadri, che vedremo nella mostra in alcuni casi intersecarsi a proiezioni sovrapposte di immagini fino a creare un intreccio in cui l’oggetto si smarrisce e si ritrova in un’alterità.
Giovanni Scardovi
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